Giacomo Panicucci 
Suite di prose liriche
anno: 2009
pagine: 88
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 10
ISBN: 978-88-7414-213-2

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Il libro Suite di prose liriche è risultato vincitore al XXIII Premio Letterario Camaiore – Proposte (opera prima), 2010.



PREFAZIONE


Se vi è uno stile di cui in questi anni si è fatto indigestione sono le poesie “radicate nel reale”, “aggrappate agli spazi esili in cui la vita è ardente esperienza del quotidiano”, “testimonianza di ordinaria leggibilità del sociale”, e di tante altre stucchevoli formule di vuotaggine critica che sono state appositamente studiate per abbellire la poesia povera fatta del “ho preso un caffè e ho pensato a te” che furoreggia in questi anni, promossa da un frainteso minimalismo poetico di aderenza ai materiali grezzi e frammentari dell’esperienza minuta, che aveva la sua patria d’adozione nella nobile linea lombarda. Non si colloca in questa moda, asfissiante ma compiaciuta di esserlo, la poesia colta di Giacomo Panicucci: grande affabulatore e concertista della parola, che impiega il linguaggio poetico in dimensioni polifoniche di ritmi e di contrappunti, con perfetta padronanza dei panorami armonici da lui descritti e delle derivazioni e innervazioni di memoria letteraria a cui allude. Se si accettasse il gioco di proporre delle didascalie, quella adattabile a Panicucci – almeno in un primo momento – sarebbe di poeta neogotico, per la grande tensione di sacralità e dannazione che pulsa nella sua machina mundi, nel plumbeo palcoscenico del perpetuo naufragio, dell’eterno morire, di una destinazione infernale, riscattabile ma non riscattata dal solo avvento di grazia che buca la storia dell’umanità, il dono di Gesù. Ma questa è una didascalia veramente insufficiente per contenere la forza creatrice di Panicucci, il quale, oltre che neogotico, è anche neobarocco, per la prorompente fantasia di temi e di soluzioni, ripetute con meccanismi e variazioni ecolaliche che innescano persuasioni occulte e percussive. In Panicucci vi è certamente una sensibilità armonica e concertistica: gli insiemi, i movimenti massivi e profondi, la complessità organizzata delle singole parti in un unico concento, interessano a Panicucci le ampie visioni poetiche e non cammei lirici, le panoramiche sui destini dei collettivi e non le vicende nutrite dall’egotismo del poeta. Interessa a Panicucci la musicalità del linguaggio poetico, talvolta anche stridente o emotivamente scerpato, forse ruvido o addirittura irritante. Viene in mente la straordinaria ricchezza musicale di Johannes Ockeghem, come esempio di inesauribile creatività del movimento complesso degli insiemi: una mente fiamminga, che concepisce le immensità panoramiche descrittive, ma le racconta con precisione calligrafica ed estro armonico. Però, Panicucci è sostanzialmente un poeta neometafisico, per la sua inclinazione a vedere nella realtà un’interpretazione complessa del reale che trascende il valore plastico della descrizione e sconfina in un’idea astratta, si condensa in qualcosa che si colloca al di là dell’immagine, del suono, della parola, cioè in qualcosa che ha il suo approdo in un al di là del mezzo espressivo che lo ha prodotto: è un oltre la parola. Spingersi oltre la parola significa anche ripercorrere le tappe di quella visionarietà poetica che porta dentro di sé il maledettismo e il culto della deformazione allucinata del mondo, tutte esperienze che ritroviamo citate e riprese in piena consapevolezza dei percorsi storici che risalgono fino alla visionarietà dantesca e che passano per Baudelaire e Rimbaud, e che conducono all’esperienza surrealista e iperrealista americana, fino al precisionismo magico di Edward Hopper, non a caso citato in copertina del libro, per scelta autonoma dello stesso Panicucci. Autore complesso, dunque, non tanto per una presunzione di verità o di sapienza contenuta nei versi, quanto per la straordinaria ricchezza espressiva nel racconto del mondo che i suoi versi ricostruiscono. La dimensione congeniale di Panicucci è il poemetto, sovente con sviluppo denotativo e narrativo di una realtà complessa, ma già surriscaldata dalla sferza delle parole che deformano la plasticità del narrato e predispongono il lettore al salto mentale verso un significato traslato, che diviene rappresentazione esemplare di una fenomenologia più vasta del singolo episodio raccontato. Metafore e analogie sono il materiale ribollente di questa poesia che splende per proposte e per soluzioni sempre nuove, ma sempre anticate in un riferimento suggerito ovvero adombrato di memoria del passato. Talvolta, come accade nello splendido poemetto iniziale Nuvole, l’affollamento propulsivo della metafora è tale da giungere a sviluppare sulla pagina quasi un esercizio letterario di anafore e di enumerazioni di situazioni poetiche, cariche sia d’invenzione sia di storia, come se assistessimo a una straordinaria ouverture musicale sull’opera poetica che presto seguirà, con l’incalzare dei diversi motivi e contenuti poetici, sviluppati nel libro e già anticipati nel poemetto iniziale. Talvolta, come è nella mirabile poesia America, l’argomento unitematico dello sbarco di Cristoforo Colombo, che discende dalla Santa Maria nell’isola di San Salvador, si allarga a un’interpretazione esemplare del mito della rifondazione del mondo, dall’arca di Noè alla fantascienza dell’astronave, e diviene anche preveggenza dei fallimenti cui ogni palingenesi è destinata, se, come sempre è avvenuto, viene elusa l’unica parola di salvazione dal demonio, che è quella dell’amore pronunciata da Gesù.
La poesia di Giacomo Panicucci affascina per l’incalzante rapsodia del narrato che adombra favole ed episodi, vicende oscure di disperazione, fatica, dolore, droga, alternandole con sogni edificanti e con sviluppi di panorami naturali rasserenanti, fino a che negli occhi e nel cuore dei lettori prende corpo quel risultato di pienezza e di riflessione che era nell’obbiettivo dello scrittore: raccontare la macchina mondiale che trita e consuma la vita degli uomini e di tutti gli altri esseri animati, facendone uno spettacolare e imponente olocausto di dolore e di sangue, senza alcuna possibilità di riscatto o di fuga, al di fuori del sogno sempre irraggiungibile di realizzare in terra il puro amore tra gli uomini, che significherebbe il ritorno alla condizione edenica.

Sandro Gros-Pietro

commenti

federico del viva02/02/2010 23.00.06
SUITE DI PROSE LIRICHE: è questo il frutto del Giacomo Panicucci poeta o del poeta Giacomo Panicucci? Dalle note biografiche del volume, veniamo infatti a sapere che il giovane autore è compositore e studioso di musica, e questa informazione facilita la comprensione del titolo della raccolta, concepita, lo precisa l'autore stesso, in modo da essere associata all'ascolto musicale. Per definizione, una suite è un insieme di brani pensati per essere suonati in sequenza. I vari episodi che compongono questa raccolta hanno la fisionomia di movimenti differenti, che ricordano sia la compostezza e la maestosità della musica classica, sia l'eccesso e l'oltranzismo del rock più duro e sanguigno, creando una notevole armonia d'insieme nella loro diversità. Se Panicucci è il compositore della suite, a dirigere il concerto è la mano del destino, filo conduttore della raccolta ed elemento movente l'affresco umano ivi dipinto. La silloge ci presenta (tra gli altri) personaggi come "UN MATTO", "FRATELLO ESTASI" e "MIGUEL", bambino maltrattato che trova un libro di fiabe in mezzo ai rifiuti, rifiuti di un metafisico ecosistema urbano, che è metafora a sua volta di un mondo destinato alla distruzione. Comprensione interpersonale, solidarietà e amore sono le uniche vie di salvezza. Il poeta è molto attento alle descrizioni spaziali del mondo da lui tracciato: i versi diventano in alcuni componimenti vere e proprie pennellate, grazie alle quali si dipingono paesaggi alla Van Gogh, arricchiti di significati ulteriori grazie alla dirompente forza espressiva della parola. Quello che Panicucci compie è un viaggio attraverso molteplici squarci paesaggistici, ognuno dei quali ha il suo valore estetico ed emotivo: la città universitaria, le viuzze del centro storico di provincia, i vicoli di Sassari. Il suo vagare in questi spazi non è mai casuale o inconsapevole, c'è sempre molta attenzione al dettaglio: i movimenti dei gatti sui tetti, i fili carichi di panni gocciolanti, l'urlo dell'ubriaco che viene dallo scantinato, il fetore dei muri intrisi d'orina. Ed è proprio in questi scenari di degenerata bellezza che si colloca l'orfico canto del poeta, il quale si inietta nelle vene - tese come corde di strumento musicale - gioie e dispiaceri di un mondo folle (rappresentato dalla copertina hopperiana) poichè - come ha scritto su di un muro una ragazzina innamorata - "perdersi nella passione è meglio che perderla". Molto curata, inoltre, la lingua riproducente parlato e dialoghi, sempre attenta alle giuste inclinazioni diatopiche (vedi la riproduzione del dialetto sardo e il ricorso a proverbi locali), diafasiche, diastratiche (vedi l'uso del gergo del junkie-spacciatore). Panicucci gioca con il lessico dei registri stilistici come un cuoco che sperimenta pietanze nuove, unendo sapori e ingredienti tra loro distanti: il risultato è una letteraria pietanza, saporita, sostanziosa e non scontata, memore della lezione mescidante della Divina Commedia. Le varie citazioni introduttive ai poemetti, ci fanno inoltre capire di aver a che fare con un autore colto, duttile e versatile. Anche in queste ultime, il Dante dell'Inferno e del Purgatorio viene chiamato in causa più di una volta. Panicucci si vuole collocare con quest'opera nel filone della prosa lirica e dei poemetti in prosa, iniziato da Baudelaire e ripreso in Italia in ambito vociano-espressionista. Questa volontà è ulteriormente sottolineata dalla citazione baudeleriana posta ad inizio opera. Nel suo intento rinnova e attualizza, attraverso i suoi componimenti, quella ricerca di sublimazione del marcio e del degrado già iniziata in ambito ottocentesco, e che è, nel suo caso, sia denuncia sia contemplazione estatica del lato oscuro dell'umana natura. Le sue influenze letterarie appaiono molteplici e variegate: oltre alle già citate, impossibile non riconoscere nella figura di un "CRISTOFORO COLOMBO" pirata ed avventuriero un evidente omaggio a R.L.Stevenson, mentre ad esempio, in componimenti come "LO STUDENTE CATTIVO E IL SUO CORVO" appaiono influssi di Poe e Dostoevskij. Alcuni aspetti del verso di questo poeta sono stati definiti, nella prefazione, "neobarocchi": questo non deve spaventarci,ci troviamo infatti, signori, di fronte ad un musicista, e la lunghezza di alcuni versi sottolinea la ricerca di musicalità ed evocazione, senza risultare perciò prolissa. Questa raccolta sarebbe piaciuta ad artisti come Campana, Tozzi, Viani, Pea, Pasolini e Fellini, uomini che, pur nella loro diversità, hanno fatto la storia dell'arte con la A maiuscola, quella cioè che mira a rendere più ampio l'animo umano senza badare alla mercificazione. Il volume è stato pubblicato dalla Genesi Editrice nella collana LE SCOMMESSE. Personalmente, ritengo che Giacomo Panicucci sia un autore sul quale si può scommettere molto: teniamo presente che questa è la sua opera d'esordio. Opera prima che lascia quindi ben sperare, perchè si capisce da subito che le potenzialità e le cifre stilistiche di questo giovane poeta-musicista sono altissime. Lode all'editore, che ha svolto un ottimo lavoro sotto ogni punto di vista, e soprattutto a Giacomo. Lettura vivamente consigliata.
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