Laura Pierdicchi

Laura Pierdicchi è nata a Venezia nel 1946 e vive a Mestre. Dopo gli studi tecnici e commerciali ha lavorato in prestigiose aziende nazionali, tra cui la Rai e l’Enel; si è diplomata anche in lingua francese. Ha pubblicato di poesia: A noi che siamo, Lalli, 1979; Nèumi, Rebellato, 1983; Mai più lieve, Ed. di San Marco, 1986; Dal gesto d’inizio, Fonèma, 1989; Versi ripresi, Ed. Univ.ria Venezia, 1991; Aria d’altro colore, Fonèma, 1992; Altalena, idem, 1994; Momenti diversi, Ed. del Leone, 1999; Bianca era la stanza, Carpinetum, 2002; Il tempo diviso, Cierre Grafica, 2008; Intrecci dei Quaderni letterari IL CROCO di Pomezia Notizie, Febbraio 2010; Oltre, Genesi Editrice, 2016; e un libro di racconti, Il segno dei giorni, Matteo, 2004; Voci tra le pieghe dei passi, prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni del Leone, Spinea, 2013. È inserita nell’antologia tradotta in lingua romena Echi d’acqua, curata da Ştefan Damian e in quella tradotta in lingua spagnola Venezianamente, a cura di Nadia Consolani Quinoñes. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti ed è presente in più repertori e antologie di poesia contemporanea. Tra i primi tre premi per libro edito: nel 2008, 1° premio HISTONIUM, Vasto, 2° premio VILLA MOROSINI Polesella (PD). Nel 2009, 3° premio SATURO D’ARGENTO Leporano (TN), 3° premio FIRENZE CAPITALE D’EUROPA, Firenze. Nel 2010 1° premio ex aequo GARCIA LORCA, Torino. Nel 2013 Premio speciale unico per il Veneto HISTONIUM – Vasto Premio speciale LOCANDA DEL DOGE Rovigo.
Cura recensioni e articoli per riviste e quotidiani con argomenti di letteratura e di cultura varia. Alcune riviste straniere, come le spagnole Caleta, Por Ejemplo, Puente chico, Revistatlántica e la rumenaSteaua, hanno dedicato servizi sulla sua poetica, con pubblicazione di alcune liriche; è componente di giuria in concorsi letterari, svolge intensa attività pubblica di partecipazione a manifestazioni culturali. Alcune sue poesie sono state tradotte in tedesco e presentate da Helmut Meter al Musil Archiv di Klagenfurt, in occasione del cinquantenario dalla morte di Alfred Musil, e pubblicate in I nascosti colori della vita. Tra i molti critici e scrittori che si sono interessati di lei si ricordano alcuni fra i più prestigiosi come Giorgio Bárberi Squarotti, Mariella Bettarini, Domenico Cara, Giovanni Chiellino, Liana De Luca, Gio Ferri, Giovanni Giudici, Elio Grasso, Oreste Macrì, Valerio Magrelli, Roberto Pazzi, Giampaolo Piccari, Davide Puccini, Carlo Rao, Bino Rebellato, Dino Risi, Paolo Ruffilli, Gabriella Sobrino, Antonio Spagnuolo, Carlo Villa e Andrea Zanzotto.
La poesia di Laura Pierdicchi nasce da una visione nel contempo lirica e simbolista della realtà e alterna momenti di intensità dei sentimenti e di evocazione nostalgica della memoria del vissuto con altre espressioni di lucida riflessione, organizzata per simboli e per metafore, dalle geometrie nette, dai calcoli precisi, dalle nitide relazioni tra cose e persone e figure, prese dalla quotidianità del mondo, talvolta anche ricostruita in modo narrativo e denotativo. Ne deriva che pulsano nella poesia di Pierdicchi due diverse fonti di scaturigine dell’intreccio poetico, cioè l’emozione pura e il racconto ragionato.
La doppiezza del testo si risolve, tuttavia, nell’unità cementata e indissolubile di un’endiadi che è espressione organica di un unico intreccio poetico. Anche formalmente e figurativamente il testo assume in molti casi l’aspetto del canto amebeo a due voci; così pure, lo stesso io-poeta della scrittrice che si racconta e si rappresenta nei suoi autoritratti assume l’aspetto di un’immagine doppia che si giustappone a se stessa. Ma l’arteficio dell’io sdoppiato è anch’esso metafora dell’endiadi di cui si diceva, cioè non altro che forma e contenuto di una ricerca scavata e lucida, con pienezza di sentimenti e di ragione, alla ricerca di sé e del mondo, in un impegno ricco di rappresentazione per profondità e contrasto.
Sandro Gros-Pietro
Laura Pierdicchi con questa insistita ricerca poetica che s’innerva nell’umana incapacità di realizzare, meglio di riconoscere, le proprie voglie, si ripromette, con umiltà (ma non inganni la semplice misura – non troppo semplice! – della versificazine) di dar valore totalizzante alla solitudine come realizzazione, l’unica, di sé. Anche l’amore dell’altro e verso l’altro, in verità, trova la sua completezza nella solitudine. Che è la solitudine del poeta. Non sarebbe poeta colui che non fosse solo. […] È pur sempre un gioco e una rappresentazione – va detto senza cinismo e con partecipazione – in cui l’incertezza accentua il desiderio d’essere, noi, io, ancora una volta qui e altrove. Solo la poesia può renderci ubiqui. La ricerca dell’ubiquità (l’attributo del Dio del tutto e del nulla) è la marca della scrittura di Laura Pierdicchi.
Gio Ferri (dalla prefazione a Il tempo diviso)
Recensione a Voci tra le pieghe dei passi
Ecco un libro originale, nel taglio, nell’orchestrazione, nelle figure e nelle situazioni: una sorta di sceneggiatura teatrale in versi, a più voci giocate a ricomporre il quadro storico ed umano del secolo passato. E il percorso si compie integralmente attraverso la poesia e perciò il testo si dispone all’interferenza consapevole/inconsapevole di quell’operazione intellettuale che, nella molteplicità e contraddittorietà dei suoi atteggiamenti psicologici, esprime l’ossessione, l’incubo, il dubbio, accanto al sogno, alla speranza, alla logica. Ogni racconto della realtà così detta oggettiva di ogni singola voce passa attraverso quel viaggio onirico che ne fa materiale di deriva. Ma la deriva, qui, ha il moto di un’oscillazione più propriamente periodica; con la dolcezza, sia pure angosciosa e angosciante (quale dolcezza non lo è?), di una memoria ostinatamente ritornante, relativamente a quei preludi del passato e relativamente a quei tanti “io” e “tu” di continuo evocati e di continuo perduti, di cui sono intessuti i discorsi di queste pagine.
Già dal titolo Voci tra le pieghe dei passi discende l’oscillazione di cui si diceva, anticipata dalla rivelazione a monte di quei passi e dall’allusione a quelle pieghe tra le quali qualcosa è destinato comunque a perdersi, sul limitare dei sentimenti, nell’immagine che si accende e poi si spegne svanendo. E il riscontro di questa presenza/assenza si definisce in una specie di dissociazione benigna in cui i due volti (o le due parti) di una stessa personalità (l’autrice e il suo alter ego, ogni volta), interferendo inevitabilmente tra di loro, lo fanno, il primo – l’io sé –, in modo spontaneo e diretto (insomma, riflettendosi) e, il secondo – l’io altro –, con la consapevolezza addirittura propedeutica della regia e dell’imposizione di rotta (organizzando, insomma, il filo del discorso).
Il tutto è alimentato da una coscienza femminile enigmatica, che consegna alla trasparenza del linguaggio una stratificazione di significati continuamente rimessi in gioco da un’ansia profondamente morale.
Sprigiona da queste pagine una poesia come luce segreta che dalle cose rimbalza improvvisa verso la decifrazione possibile del mistero e come ansia che punta zigzagante a doppiare la meta della condizione incognita. Il disagio delle singole voci si trascrive talvolta in invocazione, qualche altra in stupore o nell’incertezza, si accende di un fuoco che, tra accenti di sofferenza e di passione, fa rivivere sulla pagina l’avventura di corpi e di cose alla deriva nel tempo.
La vita appare sbarrata dal presente apparentemente assurdo e incomprensibile. Eppure l’impossibile corteggia l’uomo con i suoi soffi inafferrabili, con i suoi lampi dal buio, che lasciano intravedere una comune misteriosa salvezza dell’ultima sponda. La morte che tende agguati in ogni piega del giorno, adulata, esorcizzata con la magia della parola, sovrasta comunque uno scenario di paure ataviche. Ed è proprio a proposito del tema della morte che si registra una delle novità del libro, nel segno di una maturità degli estremi per cui la vita e la morte si toccano e proprio nella morte, dentro lo spazio visionario della poesia, si ritrova la vita.
La contiguità con il dolore e con la morte segna Voci tra le pieghe dei passi, ma si dichiara più che nel grido o nel soffocato commento, nell’inventario dilagante degli oggetti di una quotidianità stranita. Il ricorso all’elenco delle cose, nella sottolineatura involontaria dell’exsistere, del balzare fuori di ogni oggetto, suscita indirettamente il senso religioso di ansia, quasi nel contrappunto del vuoto che assedia le cose. Ed è questo contrasto tra pieno e vuoto a riproporre, con crescente intensità, un’opposizione tra immagine e oggetto che è, più propriamente formulata, un’inedita contrapposizione tra anima e corpo senza soluzione di continuità, senza speranza di conoscenza.
Sono stati i critici precedenti come Bárberi Squarotti a indicare il salto per cui la poesia di Laura Pierdicchi ha convertito in forza di avvertimento la debolezza, invertendo con un piglio niente affatto accademico, imposto si direbbe dalla stretta dell’età e dalla durezza dei tempi, l’accento depresso in enunciato di tenore drammaturgico, dalla vibrazione lirica. E la forza della poesia della Pierdicchi sta nella pronuncia melodica in cui si traduce l’ansia morale, in un dettato fermo e insieme sinuoso, dentro al quale riescono a convivere partecipazione e distacco.
La poesia della Pierdicchi è commisurata a regole precise, a canoni addirittura classici. Limpida, lucidissima, sul piano della forma, ma densa e avviluppata in grossi nodi drammatici, quanto a sostanza. In questo senso, la contrapposizione di situazioni divaricate e diversificate (anche attraverso l’evidenza di prima istanza della differenza dei caratteri) è una costante della natura di questo frantumato canto esistenziale corale.
La fuga del tempo, il defilarsi delle occasioni e delle circostanze, il dissolversi graduale della vita nella Storia più generale puntualizzano e contraddistinguono in larga misura tutto il libro. È una poesia drammaticamente consegnata alla consapevolezza dell’incontro paradossale tra l’eterno e il tempo, tra il finito e l’infinito. E l’aspetto stilisticamente più rilevante che vi si attesta è l’equilibrio sorprendente tra il senso dell’abisso e la compostezza delle superfici.
Paolo Ruffilli
Inizio di Voci tra le pieghe dei passi
Per occultare il reale decorso
non cadere nello smarrimento
trovare una possibile fuga
abitare l’invenzione
germinare pensieri
accendere il silenzio
sedurre l’invisibile
e nella casa/rifugio si dilata l’orizzonte.
Controlla la porta l’immaginario –
che nessuno entri a sfumare gli specchi
o cercare di rapire
ciò che lega alla parola.
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Voce concettuale
Era la guerra. Qualcuno coltivò il seme della speranza. L’ingresso avvenne nel silenzio della fine. Aperse gli occhi nella luce dei cuori.
Verso di loro una massa di anni illuminati. Un transito nel quale coltivare miraggi.
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Voce paterna
Negli orecchi l’eco di grida – e tuoni e spari.
Gioventù straziata. Alla morte
offerta di carne tenera. Pupille al cielo
nel vitreo abisso del nulla – in trincea
impasto di sangue terra e fango.
Il mio corpo graziato
per un nuovo inizio.
Per salvarmi
questa nascita da custodire
concessa in dono alla vita.
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Voce concettuale
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Voce descrittiva
Il sole bacia un piccolo mattino
riscalda la fredda cenere – servita
ad accendere la stanza del sogno.
Fluido scorrere di stesse vene
abbraccio di radici incrociate
a salutare un nuovo girotondo
in equilibrio sulla scala del giorno.
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Voce materna
Io temo. Temo che tutto questo perduri - temo non vi sia speranza e sento. Sento il dovere prendermi per mano e pulisco la stufa per il solo ceppo – scopo le briciole sfuggite alla bocca e lavo i vetri bianchi dal freddo. Cerco in dispensa tra il poco qualcosa da mangiare e stendo per il mio uomo la tovaglia – prego ci sia domani ancora del lavoro. Mia figlia apre due grandi stelle di stupore e un sorriso che mi avvampa dentro. Mi accomodo la gonna – sciolgo i capelli dei vent’anni forzatamente già maturi.
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Voce concettuale
Per comprendere la lezione l’orecchio è teso ai sussurri. È necessario imprimere il rumore di passi per capire il peso di eventi. Di notte seguire il respiro di ombre – il freddo lieve delle loro carezze.
Errando in liberi spazi si scopre il luogo del pensiero. EÈun incontro magico. Una iniziazione.
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Voce descrittiva
si stende sull’acqua ferma del rio.
Il colombo ripiega le ali
il gatto rientra – nessuno sciacquio.
Scende poi un leggero pulviscolo
che adombra la distanza
e nell’ampiezza del ponte solo
il ticchettio di scarpe frettolose.
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Voce concettuale
Per comprendere la lezione l’orecchio è teso ai sussurri. È necessario imprimere il rumore di passi per capire il peso di eventi. Di notte seguire il respiro di ombre – il freddo lieve delle loro carezze.
(ultimo aggiornamento: 2016-02-17)